LIBERI DI SCEGLIERE. MA IL RISPETTO VIENE PRIMA DITUTTO.

Questa riflessione nasce dai tanti anni vissuti nel mondo dello sport giovanile e non solo. Come Presidente di Pallanuoto Como sono convinto che ci sia sempre qualcosa da imparare e migliorare. Una società, anche quando pensa di lavorare bene, deve avere l'umiltà di mettersi in discussione. Quando un atleta decide di cambiare strada è giusto chiedersi perché, ascoltare e capire se qualcosa poteva essere fatto diversamente. Pallanuoto Como non è perfetta, ma ha il dovere di provare ogni giorno a migliorarsi. Ci sono scelte legittime e comprensibili: un percorso può finire, possono cambiare le esigenze o nascere nuove opportunità. Altre volte, invece, le motivazioni appaiono pretestuose o sembrano nascere più dalle aspettative dei genitori che dalla reale volontà dei ragazzi. Noi adulti dovremmo accompagnare i giovani nelle loro scelte, non sostituirci a loro. Pallanuoto Como, molti anni fa, ha scelto di abolire volontariamente il vincolo sportivo per i propri atleti, quando ancora nessuno ce lo imponeva. Lo abbiamo fatto perché crediamo nella libertà: un atleta non appartiene a una società e nessuno dovrebbe decidere il suo futuro contro la sua volontà. I nostri atleti sono liberi di continuare con noi o, quando ritengono concluso il proprio percorso, di scegliere una strada diversa. Questo principio non è in discussione. Ma è arrivato il momento di raccontare anche l'altro lato della medaglia.
Per anni, giustamente, si è parlato della necessità di tutelare gli atleti dagli eventuali abusi delle società. Ma anche una società può subire comportamenti scorretti, un allenatore può essere mancato di rispetto e dei compagni possono subire le conseguenze delle decisioni di un atleta o di una famiglia. Difendere la libertà di un atleta non significa giustificare qualsiasi comportamento. Una società programma la stagione con mesi di anticipo: costruisce le squadre sulle conferme ricevute, cerca spazi acqua, sostiene costi, iscrive le formazioni ai campionati, organizza gli allenamenti e mette a disposizione tecnici qualificati. Dietro un ragazzo che cresce sportivamente ci sono spesso anni di lavoro, centinaia di allenamenti, partite, trasferte e persone che gli hanno dedicato tempo, competenza e passione. Tutto questo ha un valore umano, educativo e sportivo. Quel valore non diventa zero nel momento in cui si decide di cambiare società. Nessuno pretende riconoscenza eterna e nessuno deve restare perché si sente in debito. Ma cambiare società è un diritto. Essere maleducati non lo è. Confermare la propria presenza e cambiare idea all'ultimo momento senza confrontarsi, non rispondere mentre una società sta programmando, comunicare una partenza pochi giorni prima dell'inizio del campionato o a stagione avviata, denigrare la società, insultare chi la rappresenta o muoversi senza trasparenza non è libertà: è mancanza di rispetto. Per Pallanuoto Como l'educazione viene prima di qualsiasi cartellino. Essere una società che ha scelto la libertà non significa accettare passivamente qualsiasi comportamento.
Il rispetto genera rispetto.
Chi comunica correttamente e nei tempi giusti, si confronta con allenatore e società e rispetta gli impegni presi troverà sempre disponibilità e collaborazione, nel rispetto delle norme applicabili. Chi sceglie la scorrettezza, la maleducazione o la mancanza di trasparenza deve sapere che inevitabilmente il rapporto cambia. La sua libertà rimane, ma viene meno quella disponibilità ulteriore che nasce dalla fiducia e dal rispetto reciproco. Quando le norme prevedono un accordo o un intervento tra società, Pallanuoto Como tutelerà legittimamente anche il proprio lavoro e il proprio progetto, confrontandosi con la società di destinazione.
C'è poi un aspetto ancora più umano. Dopo due, tre o quattro anni trascorsi insieme, dopo centinaia di allenamenti, partite e momenti condivisi, salutare il proprio allenatore o chi è stato un punto di riferimento non dovrebbe essere soltanto un dovere: dovrebbe essere un piacere. Il piacere di incontrarsi, guardarsi negli occhi, raccontare ciò che si sta vivendo e condividere la decisione di intraprendere una strada diversa. Non significa chiedere il permesso di andare via, ma riconoscere il valore di una relazione. Se un ragazzo non sente nemmeno il desiderio di salutare chi lo ha allenato e accompagnato, è giusto che noi adulti ci interroghiamo anche sul messaggio educativo trasmesso. E quando una famiglia giustifica l'assenza del confronto sostenendo che il ragazzo abbia paura o timore di parlare con l'allenatore o con la società quando è sempre venuto ad allenarsi con il sorriso, ha sempre riso e scherzato con compagni e allenatore, ha partecipato agli eventi societari e tanto altro, nascono inevitabilmente delle domande e delle perplessità: perché questa difficoltà non è mai stata comunicata prima? Se per mesi o anni un ragazzo non si è sentito libero di parlare, perché nessuno lo ha segnalato? Perché non è stata data alla società la possibilità di capire e, se necessario, correggere i propri errori? Una società può migliorare soltanto se conosce i problemi. Se abbiamo sbagliato vogliamo saperlo; se un allenatore ha sbagliato vogliamo saperlo; se un ragazzo non si è sentito ascoltato vogliamo saperlo. Ma quando possiamo ancora ascoltare, comprendere e migliorare, non soltanto quando la decisione è già presa. Se un ragazzo è davvero timido o intimorito dal confronto, il ruolo educativo degli adulti diventa ancora più importante: accompagnarlo, aiutarlo a parlare e insegnargli ad affrontare quel momento. Evitare un confronto è più semplice; affrontarlo con educazione richiede coraggio. Crescere significa imparare anche questo. Quando nascono controversie si parla di cartellini, termini, regolamenti e trasferimenti. Molto più difficilmente si considera ciò che una società ha realmente fatto negli anni per quell'atleta: allenamenti garantiti, tecnici, spazi, opportunità e tempo investito nella sua crescita. Forse tutto questo non entra in una pratica federale, ma esiste. La società lo sa, gli allenatori lo sanno e soprattutto la famiglia che ha vissuto quel percorso lo sa. Non chiediamo gratitudine eterna. Chiediamo educazione: una telefonata, un confronto, una decisione comunicata per tempo, il rispetto della parola data e magari, dopo anni trascorsi insieme, un semplice grazie.
E nella pallanuoto non si lascia semplicemente un corso: si lascia una squadra. Una decisione individuale presa o comunicata all'ultimo momento può mettere in difficoltà un allenatore, una società e soprattutto altri ragazzi che avevano fatto affidamento sulla presenza di quel compagno. Anche questa è responsabilità.
Pallanuoto Como continuerà a difendere la libertà dei propri atleti con la stessa convinzione con cui ha scelto di farlo per prima, ma continuerà altrettanto fermamente a difendere il lavoro, il tempo e la dignità delle persone che compongono la società. I diritti sono fondamentali, ma esistono anche i doveri, la parola data, la responsabilità, la riconoscenza e soprattutto il rispetto. Una società deve rispettare un atleta, un allenatore deve rispettare un atleta e un Presidente deve rispettare un atleta e la sua famiglia. Ma il rispetto non può funzionare in una sola direzione. I nostri atleti continueranno ad essere liberi. Sempre. Ma essere liberi significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Liberi di scegliere, liberi di cambiare, liberi di andare. Ma con educazione, trasparenza e rispetto. Perché prima del cartellino, prima del risultato e prima dello sport vengono le persone.
Giovanni Dato Presidente Pallanuoto Como




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